Alimentazione e cultura: ecco perché in compagnia mangiamo di più

Pensate ai cenoni di Natale, di Capodanno o di Ferragosto. Pensate alle occasioni formali in famiglia, ai battesimi, ai compleanni. Oppure pensate semplicemente a tutte quelle grigliate tra amici, alle tavolate concluse in caffè e ammazzacaffè nel tentativo di favorire una digestione complicata. Una cosa è certa: quando ci troviamo in compagnia mangiamo di più rispetto a quando consumiamo del cibo in solitudine. Sembra una verità banale, scontata, motivata semplicemente dal gusto della convivialità e dal piacere della condivisione, ma, in realtà, esiste una spiegazione che ha a che fare con le nostre abitudini di alimentazione e che si intreccia alla nostra storia evolutiva preistorica.

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Alimentazione e cultura: lo studio dell’Università di Birmingham

Un team di psicologi che lavora per l’Università di Birmingham ha raccolto i risultati di 42 studi sociali svolti sulle abitudini alimentari dell’uomo sotto il profilo sociale e relazionale, per cercare di comprendere le ragioni che motivano l’essere umano a nutrirsi in modo maggiore quando è in compagnia. Il cibo ha una forte connotazione sociologica e proprio nelle pieghe del valore simbolico e comunitario dell’alimentazione, l’equipe ha cercato una risposta scientificamente credibile.

Cibo e condivisione: una storia ancestrale

L’essere umano nasce, e parliamo della preistoria, come un essere sociale, che vive in comunità e che si nutre di ciò che è in grado di cacciare. Da sempre, i gruppi di uomini hanno consumato le provviste alimentari procacciate, condividendole con la collettività. Il sistema si basava su una sorta di soccorso reciproco che metteva al riparo dal digiuno i membri incapaci di procurarsi del cibo, andando in aiuto dei cacciatori reduci da battute di ricerca terminate a mani vuote. Il sistema, così strutturato, garantiva la sussistenza a tutti i componenti della collettività, concorrendo all’instaurazione di un meccanismo fortemente protettivo.

Il valore sociale del cibo

Vivere con la consapevolezza che, anche in caso di una caccia fallita, sarebbe stata garantita una sussistenza giornaliera, ha consolidato il cibo e l’atto del nutrirsi come fortissimi collanti sociali. Mangiare in solitudine, senza che nessuno possa attuare un controllo su ciò che si ingerisce, è un’abitudine che, ben presto nella storia dell’uomo, è stata interpretata come socialmente sconveniente; anche oggi, nonostante la forte mutazione nel rapporto tra uomo e cibo, permane tale concezione. Di contro, nutrirsi in compagnia di amici e parenti è proprio di un atteggiamento di social facilitation, come definito nello studio britannico, ovvero un incentivo a consumare più cibo, in un’ottica di ‘ricompensa collettiva’.

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Mangiare insieme, ma solo con gli amici

Viceversa, accade che in compagnia di persone che non conosciamo, diminuiamo le dosi dei nostri piatti. Ciò, come ha spiegato l’autrice della ricerca Helen Ruddock e come riportato da un articolo di Focus, accade perché “la gente vuole fare buona impressione, e prendere porzioni piccole è un modo”. Ovviamente, oggi, la società non è quella preistorica e la sopravvivenza di una simile dinamica tra alimentazione e cultura sociale può degenerare in pratiche sconvenienti o persino condannabili: un tempo, mangiare eccessivamente si configurava come una sorta di premio per una caccia andata a buon fine, oggi è un’attitudine che può condurre verso abitudini alimentari malsane.

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